Una decina di anni fa, all’ennesimo cambio di casa, conobbi il ragazzo Valter. Ero lì, col mio amico e coinquilino Franceschino, a firmare le carte dell’affitto sul tavolo della cucina, con la padrona di casa siciliana, la quale — a un certo punto — ci parlò del ragazzo Valter. Il ragazzo Valter (non so perché, ma me lo immagino scritto con la V secca e non con la W da sboroni), era un signore di una cinquantina d’anni, a detta di lei “un po’ semplice, ma bravo, attento, tiene in ordine le scale e il condominio”. La signora mi sembrò quasi sentirsi in dovere di introdurci a questa presenza, che da lì a qualche anno ci avrebbe accompagnato come un custode, un nume tutelare del quartiere. Il ragazzo Valter non era, per l’appunto, un ragazzo. Era un signore vagamente ossessivo nel ricordarci l’accumularsi della posta nella cassetta della posta, o le piccole faccende del condominio, ma non era del tutto matto. Non era autistico, e nemmeno psicotico, credo. Era solo un po’ semplice. Semplice è una parola che non vuole dire un cazzo, lo so, ma nei paesi è così che si definiscono le persone strane. Non era di certo un ragazzo. Per la signora, probabilmente, Valter era un ragazzo perché non del tutto cresciuto, non del tutto adulto, non del tutto completo, concluso. Il ragazzo Valter si sedeva spesso sui tre gradini in fondo alle scale, a una sola rampa dal suo appartamento, e stava lì, a guardare le persone passare, salire verso il centro, a vedere noi rientrare dal lavoro, a guardare e basta. A volte invece era in uno dei tanti angoli del quartiere, a parlare con qualcuno, ad accostarsi a qualche negoziante, a tirar su una busta della spesa. Nei pochi anni che sono stati lì, col ragazzo Valter avrò scambiato 20 parole, una decina di circostanza, un’altra decina di faccende pratiche, però mi salutava sempre, anche quando non abitavo più lì. Alternava il ciao al buongiorno, il tu al lei, il chi cazzo sei all’ho capito chi eri, ma senza forzature. E io uguale, mi adeguavo. Lì davanti ci son passato per almeno altri 5 anni, e il ragazzo Valter era una presenza costante, un dato di fatto. Poi ho cambiato zona, e il ragazzo Valter non l’ho visto più.

L’altro giorno sono andato in pizzeria, in quel mio vecchio e amato quartiere, e — dato che ero solo — mi son preso una birra e mi son seduto fuori, senza fretta, per pensare ai fatti miei. Il ragazzo Valter era nel tavolo affianco, insieme a un vecchio, ma di quei vecchi realmente vecchi, pienamente vecchi, santificati, di quelli che fanno le cose da vecchi, con la voce da vecchi, con il cinismo innocuo dei vecchi che han concluso il percorso. Il ragazzo Valter beveva pure lui una birra, appoggiato alla ringhiera lì sopra, mentre quel suo amico parlava, e lui annuiva, parlava poco, per lo più bofonchiava. Mi interessava ascoltarlo, e allora tendevo l’orecchio, per capire. Il ragazzo Valter parlava male, strascinava le parole, come chi ha avuto un qualche male, e sopporta l’affanno, stancandosi a parlare.

Mio nonno, trent’anni fa, aveva avuto lo stesso problema, lui si sedeva ogni giorno nella stessa panchina, e qualche suo vecchio amico ogni tanto andava a sedersi per scambiare due chiacchiere. E mio nonno si innervosiva, stava male, perché sapeva di non riuscire a parlare bene. Allora un giorno intervenne mia nonna, che andò in quella panchina e spiegò a uno di quegli amici che mio nonno non voleva parlare, che voleva stare lì, a guardare, ma senza parlare, perché parlare gli faceva male. Che bisognava stargli vicino senza parlare, a guardare.

Il ragazzo Valter mi è sembrato così. L’altro vecchio parlava, argomentava, socializzava, viveva. Da vecchio ma viveva. Il ragazzo Valter guardava. Non lo guardava mai in faccia, perché fissava un punto al di là della strada, ma si vedeva che pensava. Ripeteva qualche parola di circostanza — “il martedì la carta, il giovedì la plastica” — “hai visto che hanno rifatto la vetrina del bar dei cinesi?” — “il martedì la carta, il giovedì la plastica” — “hai saputo che ho perso la ragione, e mia moglie, e il mio tempo?” — “il martedì la carta, il giovedì la plastica” — “lo sai, vero, che domani sarà tutto finito?” — “il martedì la carta, il giovedì la plastica” — “porcoddio Valter, perché ci han fatto questo?” — “il giovedì, il giovedì la plastica”.

Finita la birra, si sono alzati e il vecchio l’ha salutato, con vigore, come si saluta chi si sa di rivedere, mentre il ragazzo Valter ha salutato con la mano, con un gesto forzato, troppo ampio, come a dire “sì, ciao vecchio, ma chi cazzo vogliamo prendere in giro?”. Poi il vecchio è andato via, in un posto preciso, come fanno quelli che sanno vivere a memoria, mentre il ragazzo Valter è andato a sedersi di nuovo sul muretto, di fronte alla strada. A guardare. Cosa guardavi nella rotonda? Chi cercavi al di là della strada? Chi ti ha smorzato la parola, cosa ti attirava della mia cassetta della posta, del condominio, delle faccende della casa? Quando hai iniziato a guardare, a veder vivere, a sederti sui muretti al di qua della strada? Quando sei diventato la voce narrante, il punto d’osservazione, il giudizio di dio? Quand’è che la tua vita è diventata letteratura? Come fanno i vecchi inesorabili ed efficaci a vivere senza guardarsi da fuori? Quei vecchi non li vedono i muretti al di qua della strada? E la nostalgia, e le buste della spesa delle vite degli altri? Non le vedono, non lo sentono il peso di tutto questo disastro struggente di cose da guardare, da ricordare, da immaginare? Che ti hanno fatto Valter? Quand’è che hai perso la voce?

Dopo qualche minuto anch’io ho finito la birra, e mentre mi alzavo Valter era già di là dalla rotonda, che si incamminava verso casa, con dei passetti incerti da derelitto. Allora mi son ricordato di quando, salendo le scale, sbirciavo dentro casa sua, per una porta scostata. Era sempre in penombra, con una lucina giallo-arancio da case antiche, una penombra medievale. Viveva solo, il ragazzo Valter, e allora guardava. E se devi guardare devi abbassare la luce, sennò il fuori ti sembra scuro, sennò non vedi al di là delle tende, sennò sono gli altri che guardano te.

Non so come stai oggi, ragazzo Valter, e se ti gira il cazzo per come è andata. Se non hai visto niente di buono, o se quello che hai visto è scappato via, e l’hai visto scappare. Però guardavamo dalla stessa parte oggi, al di là della strada, e non so che ti hanno fatto, chi ti ha tolto la voce, il dolore che c’è passato in mezzo, ma io ti ho visto guardare, e c’era qualcosa di spaventoso, di enorme, di essenziale, al di là della strada.

per essere un mondo senza alcun senso, senza scopo e senza redenzione, non si mangia neanche male

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