Mirella uscì di casa intorno alle 23. Come sempre, recava seco una borsa di iuta con dentro quelle chincaglierie da femmine: orecchini, occhiali, chiavi, sepulveda. Non che fosse una ragazza particolarmente brillante o attraente, ma sapeva richiamare l’attenzione dei passanti, Mirella. Centocinquantuno centimetri di carne sviluppata sostanzialmente in verticale, con quegli occhioni color carne che luceano nella notte come due lampioni spenti riflettenti l’immagine di un cerotto; due gambe che sembravano non finire mai, un culetto teso e impertinente buttato là un po’ sbadatamente tra la schiena e due gambe che sembravano non finire mai. Quella sera Mirella aveva cenato in compagnia delle amiche di sempre, Seba, N’ e Mela, poi un paio di bicchierini di vermouth di incoraggiamento e via a troieggiare sulla Salaria, come ogni santo giorno. Da quando aveva perso il padre a strip poker per una malattia di quelle rare cui vanno molte donazioni da parte di persone buone, Mirella non riusciva più a lavorare spensierata come aveva sempre fatto. Non che fosse una di quelle che sembra che ce l’hanno solo loro, il lavoro, ma a lei quel lavoro piaceva. Piantare alberi sempreverdi nelle piscine metaforiche dei ricchi. Invece il suo, quello che le era toccato in sorte — la prostituta a progetto — no. Lo odiava. Si trascinava sulla Cinquecento Abarth lungo i vialoni inermi di Roma, e andava a cercare i clienti che per quella notte l’avrebbero resa di nuova la splendida persona che era, ma con qualche centone in più nella saccoccia. Mirella aveva sviluppato una capacità tutta sua nell’individuare le prede perfette: quando vedeva qualche signorotto sui sessanta che si aggirava solitario, con passo rapido, sul marciapiede di destra, pian piano rallentava, alzava gli abbaglianti, si spostava con un balzo sul sedile del passeggero, abbassava il finestrino e — con la sua voce suadente da anatra — buttava là un “ciao bello”. Mirella era una che i clienti se li andava a cercare. Non se ne stava lì sul marciapiede a fare su e giù come tante sue colleghe svogliate e stataliste, in attesa che qualcuno si degnasse di andarle a quotare. No, Mirella prendeva quelle gambe smisurate, montava in macchina e si lanciava su quei boulevard inospitali che sono le arterie di Roma nord, a ghermire sprovveduti. Quella sera — una di quelle sere di quel mese indefinibile che è febbraio — non stava andando bene. Aveva avvicinato 3 uomini, tutti con cappotto di cammello, e aveva ricevuto tre vaffanculi. Il quarto tentativo era lì, a 15 metri dalla portiera di destra. Un tipo basso e largo, forse sulla settantina, con un cappello rosso con su scritto “Mia Martini Vive”, uno scialle color catrame e della bava penzolante dallo spigolo sinistro di una bocca. Mirella — un po’ scoglionata a dire il vero, perché dopo 3 vaffanculi non è che eccetera — fermò la sua automobile qualche metro più avanti, proprio dove i suoi calcoli avevano previsto che la traiettoria dell’uomo lo avrebbe condotto. Mirella abbassò il finestrino e giù con un inaspettato “buonasera signore, sono Mirella, una prostituta, e di certo lei stasera ha voglia di fare all’amore”. Il tipo fece prima per allungare il passo, come spaventato da tanta spavalderia, ma poi inizio a voltarsi nervosamente, fino a che si fermò, un po’ più avanti, con la testa incassata su di un corpo reticente. Mirella scese dalla macchina. Quando raggiunse l’uomo, le sue gambe erano già lì da qualche buon minuto. “So benissimo che lei in questo momento non è in grado di chiedermi del sesso, è normale, se ne stava qui per i fatti suoi, a pensare — che so — alle rate del mutuo, a sua figlia militare, agli infissi da rifare, e io sono venuta a importunarla. Non deve sentirsi a disagio, sono qui per aiutarla a tirare fuori le sue emozioni. Io voglio 30€ per fare l’amore, per circa 25 minuti; è una tariffa conveniente. Tra l’altro applico la formula “soddisfatti o rimborsati”, perciò se la prestazione non dovesse piacerle, le darò indietro un buono per prendere qualcos’altro”. Lui sembrava aver ascoltato con molta attenzione. Aveva anche preso degli appunti veloci sul suo tablet. Si chiamava Gacomo(2), era un commercialista in pensione, aveva perso la moglie a strip poker in seguito a complicazioni oncologiche, ma ormai erano passate molte ore e non ne ricordava quasi più il nome, solo qualche vocale smozzicata, una A, un paio di E, forse una R. Dopo qualche secondo di meditazione, rispose con voce ferma e placida: “Non mi fraintenda, è una buona offerta, ma stavo passeggiando solo per dare un’occhiata”. E Mirella, un po’ scocciata: “Questo mese abbiamo anche i buchi in promozione: dove vede quel bollino rosso, significa che lì c’è la promozione del 20 del 30 e del 40”, e aggiunse quasi senza riprender fiato “in ogni caso se ha bisogno chieda pure na-na-nà na-na-nà”. Gacomo(2) sembrava incapace di svincolarsi da quella baraonda di attenzioni commerciali, di cura del cliente e di cortesia non invadente, guardava a destra e a sinistra, come a voler scandire l’architettura circostante alla ricerca del prodotto perfetto, di buchi non in promozione, di bollini verdi, blu o salmastri. Ma niente. “Posso provare quello?” — replicò quasi a giustificarsi del tempo che stava facendo perdere a quell’ossequiosa professionista. Indicò l’ano di Mirella. “Purtroppo abbiamo solo questo in esposizione, lei che taglia ha?”, “Medium” — rispose Gacomo(2), “Questa è una L, ma posso darle un calzino di spugna, vedrà che le sta.” Lui montò sul sedile posteriore della Cinquecento Abarth, Mirella lo seguì e si chiuse dietro la portiera. Fecerò all’amore per quasi mezz’ora. Per tutto quel tempo interminabile lei dimenticò suo padre, lui la moglie, volgarmente ricambiati; le quattro frecce frinivano allegre illuminando di rosso i muri dei palazzi tutti intorno, Gacomo(2) raggiunse l’apice una volta/una volta e mezza, Mirella forse anche di più. Alla fine Gacomo(2) raccolse alla meglio i suoi poveri vestiti in un cestino di vimini, scese dalla macchina nudo e stampò un bacio sulla guancia sinistra di Mirella, lei passo la carta e gli porse lo scontrino non fiscale, e intorno uno sciame di farfalle dorate sembravano essersi raccolte a coprirli come manto, in quella notte stregata, invece erano lì per un altro motivo.

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per essere un mondo senza alcun senso, senza scopo e senza redenzione, non si mangia neanche male

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